Sulla cima del mondo

Tutto ciò che mi è rimasto di Giulietta lo conservo in una scatola: una raccolta di materiale pronto per essere consultato. Foto di lei, di me, vecchi diari, appunti presi su foglietti volanti – frasi strappatele dalle labbra, raccolte in fretta prima che svanissero portate via dagli attimi, immortalate su carta – un carillon, un libro intitolato “Una vera donna”, il numero di telefono di una signora conosciuta in ospedale, una regista. Le promisi che prima o poi ci avrei scritto un libro, sulla nostra strana amicizia. Chissà se manterrò mai questa promessa. Da quando lei non c’è più non ho avuto tempo per guardarmi indietro, la vita mi ha risucchiata, infognandomi dentro vortici di progettualità. Inutili. Fino a che non mi sono ritrovata qua, in un pomeriggio piovoso di marzo, a sbattere il naso contro una nostra foto.

Avevo 17 anni quando suonai alla porta di casa sua. Non so perché lo feci, volevo solo fare un po’ di volontariato, non ricordo cosa stessi cercando. Ricordo però cosa trovai: due occhi blu infiniti e allegri, un sorrisone con dentiera impeccabile e un cesto di capelli bianchi di lana, come di lana era lo scialle azzurro che indossava sempre: in questi anni di assenza mi sono sorpresa qualche volta ad avvolgermelo sulle spalle, zitta, solo per un secondo. Un’arzilla vecchietta che viveva da sola, questo era Giulietta per il vicinato. Una donna con la “D” maiuscola: buffa e autoironica, acuta, acculturata e immensa, fiera e tenera. Questo invece era lei per me. Non ci crede nessuno quando racconto che la prima volta che ci siamo viste, quando salii le scale dopo aver suonato il campanello e me la trovai dietro la porta, ci abbracciammo. Avete mai abbracciato una persona sconosciuta, al primo incontro? Come è potuto succedere che ci siamo amate da subito?

Ce lo chiedevamo spesso ridendo e brindando con infiniti caffè, nei pomeriggi d’inverno e d’estate, con le stagioni che correvano dietro le tendine ricamate della finestra di cucina. Lei sulla sua poltrona, io buttata sulle sue ginocchia, come una bambina, a confidarle ogni mio pensiero. A parlare di filosofia, di amore, di Dio, di storie di vita giovane: la sua, vissuta a cavallo di due Guerre Mondiali, e la mia, vissuta a cavallo del Nuovo Millennio. I nostri racconti si intrecciavano e nelle nostre menti si mescolavano immagini: io, che dopo aver ballato l’intera notte in discoteca, correvo a inzuppare i piedi nel mare, all’alba; lei, che veniva invitata per un Valzer da “quel ragazzo tanto per bene” e che voltava la testa timidamente davanti ai suoi baciamano.

Otto anni di amicizia. Di incontri a casa sua, dall’alba al tramonto, tra alba e tramonto. E sì, che nemmeno noi riuscivamo a capacitarci di questa nostra storia! Una volta lei mormorò, assorta: “Com’è possibile unire la dolce mestizia di una vita alla fine del suo viaggio, alla gioiosa giovinezza di una bambina di vent’anni, il cui sorriso è per me come una benedizione, e uno stimolo che mi dà voglia di vivere ancora?” La risposta l’abbiamo avuta vivendoli, quegli anni. Ci siamo entusiasmate insieme per le mie soddisfazioni – la maturità, il viaggio a Vancouver, quello ad Hannover, la prima laurea – e ci siamo supportate a vicenda per le grandi perdite: mia nonna e suo figlio. Due morti improvvise, inaspettate, devastanti, ad una distanza di due mesi l’una dall’altro. E noi sempre lì, in quella cucina, su quelle due sedie, a piangere insieme e soffocare le urla dentro i nostri stessi abbracci.

Ecco, Giulietta, non so se scriverò mai il nostro libro, ma intanto ti dedico questo piccolo post. Oggi, che mi fermo a riflettere, ricordo tutti i tuoi insegnamenti sulla dignità della donna e dell’individuo, e sul mordere la vita ogni singolo attimo, gustandosi ogni dettaglio. Ricordo l’enfasi con cui mi recitavi i versi di Quasimodo:

“Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.”

E ricordo come li facevi tuoi, interpretandoli con potenza, quando mi dicevi: “Siamo soli, bambina: prima di tutto ci sei Tu, il tuo IO! Io, sulla cima del mondo! Se non ci sei tu non c’è nessun altro! Ed è la vita che ti trafigge, ti tramortisce e ti rigenera, ti rende sua. Fino a che … non sarà notte anche per noi.”

La nostra notte è arrivata il 24 novembre 2008. Ma il nostro raggio di sole è stato troppo splendente per lasciarlo passare così, senza essere raccolto su un foglio (digitale!): senza essere raccontato.

ALESSANDRA PISTILLO STUDIO – CONSULENZA E FORMAZIONE PER LA COMUNICAZIONE INTEGRATA D’IMPRESA

Aiuto le organizzazioni ad allineare persone e comunicazione interna/esterna, per sbloccare il potenziale umano e trasformarlo in un vantaggio competitivo.

Collaboro con l’Università di Firenze e sono certificata dal Presencing Institute per la Teoria U di Otto Scharmer (2018).

Ho sviluppato un approccio basato su Empatia e Narrazione e ideato il metodo “Transformational Mindset – Nuove competenze per essere umani a lavoro”, integrando 15 anni di esperienza, ricerca accademica e innovazione sociale. Le mie ricerche si focalizzano su sostenibilità umana e mindset trasformativo.

Il mio percorso include la collaborazione con la Cattedra Transdisciplinare UNESCO ‘Sviluppo Umano e Cultura di Pace’ di Firenze; interventi come relatrice in convegni accademici; docenze per dottorandi e programmi Erasmus.

 

 

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