

Un’ immersione creativa profonda, uno stato di trance involontario. Fusione totale dei miei pensieri con quelli del cliente, con le parole che mi aveva detto quel pomeriggio davanti a quel caffè bollente, con l’espressione del suo viso che avevo colto e col movimento delle mani che aveva fatto prima di portarsi la tazzina alla bocca.
Ricordo i pensieri in mezzo agli occhi che mi disse il raziocinio, il freddo che faceva e le sensazioni che mi sussurrò l’intuito. Ricordo l’ascolto che feci del mio cliente, ma ancor più quello che feci di me stessa mentre ero con lui; tra un sorriso e una domanda, la mente rapida elaborava informazioni, immagazzinava, incasellava. In automatico. Toglieva ciò che non serviva, metteva in tasca ciò risuonava.
Ricordo che io c’ero, ma non facevo nulla; mi godevo il caffè e la compagnia. Il resto lo faceva lei.
La concentrazione sale ai massimi livelli. Il tempo è un optional. Gli occhi veloci sullo schermo, le dita sulla tastiera a ritmo regolare. Calma riflessiva e impeto viscerale si alternano, e in un giro di istanti, eccole: le parole che cercavo. Nascono così, e che fortuna poter vivere di questo. Ogni volta, leggo ancora. Poi aggiungo dal nulla due o tre pennellate. Rileggo, infine, e quasi ho la sensazione di non aver scritto io.
Le parole che cercavo nascono e sviluppano il testo, ma sono quelle che non cercavo che, quando arrivano, decretano che il lavoro è completato. Sono le parole che non cercavo quelle capaci di raccontare al meglio la sua storia: la storia di quella persona con cui ho parlato quel pomeriggio in quel bar, la storia del mio cliente.
E lo sanno fare molto meglio di me.


